mercoledì, luglio 20, 2011

Teodoro Klitsche de la Grange: L’on. Papa in vinculis?

Homepage di T.K.

Mentre la cronaca ed i media si appassionano ad aspetti che certamente alimentano quella che viene chiamata dagli stessi media la marea montante dell’antipolitica, l’avv. Klitsche de la Grange non perde di vista la dottrina pubblicistica delle “prerogative costituzionali”, alle quali un mio maestro, professore di diritto costituzionale italiano e comparato nell’Università di Roma “La Sapienza”, Vincenzo Zangara, aveva dedicato un suo volume per noi oggetto di studio e di esame. Ricordo di quelle lezioni come venisse spiegato chiaramente che le “prerogative costituzionali”, cosa diversa dai privilegi, servissero non a proteggere la singola persona, che poteva essere anche indegna ed altamente indegna, ma la funzione che gli era stata affidata e che avrebbe dovuto esercitare. Il “caso” Papa ripropone una questione delicatissima che è oggetto delle note che seguono di Teodoro Klitsche de la Grange con la sensibilità che sempre lo distingue.
A.C.


L’ON. PAPA IN VINCULIS?

La richiesta autorizzazione all’arresto del deputato Papa, non può essere assimilata (del tutto) alle varie vicende Ruby, Noemi, ecc. ecc..

E’ vero che si tratta sempre del rapporto tra politica ed autorità giudiziarie; ma nel caso dell’on. Papa viene in esame un altro – e decisivo – aspetto: l’intangibilità della composizione dell’organo costituzionale – peraltro quello “decisivo” cioè il Parlamento. Infatti se il deputato fosse arrestato non potrebbe votare leggi, fiducia, trattati e altre miseriole del genere: la maggioranza necessaria potrebbe essere alterata proprio per la detenzione dell’on. Papa.

Qualche giustizialista potrebbe sostenere che sono pinzellacchere rispetto alla necessità che “fiat iustitia, pereat mundus”; chi scrive, convinto del primato del politico, riassunto nel detto salus rei publicae suprema lex e malgrado tutto quel che può dirsi della Costituzione vigente, del carattere democratico-parlamentare di questa, una prospettiva del genere suscita grande preoccupazione.

Infatti il Parlamento non è (solo) il legificio, come usualmente considerato dall’opinione pubblica meno attenta, ma è l’organo che esercita quello che Hauriou chiamava il “pouvoir déliberant”, cioè prende le decisioni politiche fondamentali: dal bilancio, alla fiducia, alla ratifica dei trattati – tutte decisioni che con la legge (in senso formale) hanno poco o nulla in comune. Un maestro del diritto pubblico come Vittorio Emanuele Orlando riconduceva tutte le guarantigie delle camere (come degli altri organi sovrani) ad un principio: quello dell’inviolabilità:
“il quale ha un significato affatto speciale e caratteristico nella materia nostra e non indica tanto il rispetto riverenziale dovuto alla integrità e dignità delle persone...ma bensì più tecnicamente importa che la persona (o il collegio di persone) che dall’inviolabilità è coperta, non può essere sottoposta al alcuna giurisdizione, in quanto questa si attui attraverso una coazione sulla persona”.
Nè si può confondere scambiando per privilegi personali del deputato quelle che sono garanzie istituzionali dell’organo di cui fa parte:
“Se gode d’immunità personale, ciò, per unanime consenso della dottrina, avviene precisamente non per un titolo individuale ad esso spettante, ma come riflesso del diritto dell’assemblea di cui da parte”.
Pur differendo da ordinamento ad ordinamento e variando correlativamente (se monarchia o repubblica, se presidenziale o non)
“è però sempre lo stesso principio che si applica, riaffermando l’inviolabilità come qualità inseparabile dell’organo sovrano: diritto comune e non diritto di eccezione, perché deriva per virtù di semplice logica giuridica dalla stessa maniera di essere dell’ordinamento”.
E perchè questa sostanziale uniformità nella diversità? Perchè l’esistenza di un organo sovrano, responsabile solo verso il popolo (o verso Dio o la storia) è una necessità perché un’unità politica possa esistere ed egire: in una comunità di Stati – come quello internazionale – tutti sovrani, quello non-sovrano (perchè violabile da un altro organo od ufficio) sarebbe il classico vaso di coccio tra quelli di ferro – destinato a rompersi; o come si dice oggi a diventare uno “stato fallito”.

D’altra parte che per alterare la maggioranza si sia ricorso all’arresto dei parlamentari è cosa nota, anche se poco ricordata almeno nei tempi recenti.

Del tutto dimenticata è, in particolare dai costituzionalisti à la page che a tali artifizi fece ricorso anche Hitler, proprio per prendere legalmente (mutuando senso e significato di legalità da quello proprio dei suddetti) il potere. Per cui lo ricordiamo brevemente. Correva l’anno 1933 ed Hitler, da poco cancelliere, voleva il potere assoluto, onde gli occorreva “abolire” (sostanzialmente) la Costituzione di Weimar. La quale all’art. 76 stabiliva che per modificare la costituzione occorreva un numero legale: due terzi dei componenti e due terzi dei votanti. Dato che la maggioranza che sosteneva Hitler non bastava, neppure dopo la decadenza dei deputati comunisti e, i cattolici nicchiavano, Hitler pensò bene, come scrive Shirer, che “poteva far arrestare tanti deputati dell’opposizione quanti gli erano necessari per assicurarsi la maggioranza dei due terzi”. Detto, fatto: una dozzina di deputati dell’opposizione furono arrestati, e i conti tornarono; con 441 voti a favore e 84 contrari la Costituzione di Weimar fu abolita legalmente.

Quindi allorquando si parla di legalità, e soprattutto si cerca di sfruttarla a fini politici, come teorizzato - tra gli altri – da Lenin – e praticato da tanti (tra cui Hitler), state attenti a che tipo di legalità si tratti: credete d’imbarcarvi per l’Inghilterra ed invece vi ritrovate in Africa.

T.K.

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